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Ayrton Senna




Pagina: 1/5

RICORDO DI UN CAMPIONE


Questo di seguito - tratto da Sportautomoto -  è il racconto di Ron Dennis, il grande capo della McLaren, la persona che meglio ha conosciuto Ayrton Senna. Abbiamo deciso di pubblicarlo perchè tra i tanti articoli redatti sul campione brasiliano, è quello che noi preferiamo perchè forse meglio sintetizza l'uomo e il campione.
 
 
 
 
 
I  MIEI  ANNI  CON  AYRTON
 
 
Primo maggio 1994.....Io sono un tipo deciso nelle reazioni, ma ho dovuto farmi forza quel giorno. Quando si è emotivamente coinvolti, bisogna saper canalizzare i pensieri, separare analiticamente quello che passa per la mente e concentrarsi sulla vita che continua. Non credo che Ayrton avrebbe voluto cambiare nulla della propria esistenza. E' morto facendo qualcosa che amava moltissimo. Era il suo mondo; per esso aveva rinunciato a piaceri di cui gli altri piloti approfittano regolarmente. Era totalmente dedicato, concentrato al duecento per cento; sublimava le emozioni vincendo. Riusciva a far sgorgare fiumi di adrenalina non solo dalle gare, ma anche da favolosi giri di qualifica. Titoli mondiali. Gareggiava in ogni cosa che faceva. Amava il proprio sport e lo praticava con tanto cuore e generosità, visto che per lui le cose non potevano essere sempre facili. Anzi....
Il suo periodo più nero, psicologicamente, fu dopo la prima collisione con Alain Prost a Suzuka nel 1989. Si sentì vittima per quello che capitò dopo la gara. Per la seconda volta nella sua vita ( in precedenza era successo al termine della prima stagione trionfale in Formula Ford ) aveva deciso di ritirarsi.
Ho sudato per convincerlo a non farlo. Lui era così: non sopportava le ingiustizie, anche se non era coinvolto. Quella volta, però, lo era, eccome , per la manipolazione perpetrata da Jean-Marie Balestre. Senna aveva vinto la gara: magari non gli sarebbe stata sufficiente per vincere il titolo iridato, ma quell'ingiustizia lo colpì terribilmente e spiega il suo stato emotivo. Quello che capitò l'anno dopo, fu semplicemente una vendetta. Nemmeno troppo elegante. Ayrton si ispirava spesso alla Bibbia, ma probabilmente non aveva letto con molta attenzione il capitolo relativo al "porgi l'altra guancia". Per lui, la giustizia era piuttosto "occhio per occhio, dente per dente".
Del resto, se nei testi sacri trovava sicuramente un conforto ed una guida spirituale, non era di certo un fanatico integralista. Era cresciuto in una famiglia con un approccio del tutto normale alla religione, eccezion fatta per sua sorella Viviane che cercava e trovava sempre risposte ai propri dubbi nel credere. Era lei a spingere Ayrton verso la religione; lui utilizzava la Bibbia come una specie di guida personale, ma senza ossessione. Non era profondamente credente, ma cercava in alcuni versi, appositamente selezionati per lui da Viviane, un appoggio. Comunque, non la giustificazione di una pretesa invulnerabilità, come si è stupidamente spesso sentito dire.
Ayrton non si sentiva affatto invincibile. Conosceva bene i rischi del mestiere. Ricordo, ad esempio, un Gran Premio del Messico durante il quale in prova si era ribaltato nella via di fuga della curva "Peraltada": gemeva, tremava e lamentava di aver terribilmente male ad un orecchio. A dire il vero, l'insieme della reazione sembrava un pò melodrammatico. Però, inizialmente, non solo io, ma anche Sid Watkins (delegato medico Fia) abbiamo temuto per lui, perchè un ribaltamento può provocare danni seri ad un pilota. Quando siamo arrivati al centro medico, Ayrton era letteralmente in preda al panico. Lì Sid ha tolto un sassolino che si era infilato nell'orecchio di Senna.
Quella che lui immaginava già come una sofferenza che lo avrebbe handicappato a vita era semplicemente un sassolino!
E' in momenti come quello, quando la paura ti prende alla gola e gioca brutti scherzi anche ai più forti, che capisci di non essere invincibile.
Ayrton conosceva i propri limiti, aveva coscienza dei pericoli. Ma li accettava. Era un pilota straordinario, non c'è bisogno che ve lo racconti. La sua abilità consisteva nella capacità di vedere e prevedere; di visualizzare un intero giro ed intuire come colmare le lacune della macchina. Quello che distingue i buoni piloti dai grandi campioni è la capacità di vincere nonostante i difetti del mezzo.
La sua era un epoca diversa da quella attuale, la meccanica era molto meno affidabile. Lui possedeva una sensibilità eccezionale ed è riuscito a vincere molte delle sue gare più belle con vetture che non erano preparate al meglio. Alla McLaren abbiamo lavorato con molti piloti, incontrato tante diverse personalità.




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